Triplo successo per Gruppo icat ai premi Unicom 2017

Categoria: Premi, Riconoscimenti

Serata di grande soddisfazione quella di lunedì 4 dicembre per Gruppo icat. Nella cerimonia di premiazione del premio Unicom, Claudio Capovilla e il suo staff hanno ritirato tre riconoscimenti. Per la categoria “L’Italia che comunica B2C”, il primo premio è stato vinto con il concept creativo della campagna realizzata per Dorado, uno dei player italiani più importanti nel mondo pet food. Gruppo icat si è inoltre aggiudicata il premio assoluto “Migliore creatività 2017” grazie al voto della giuria e del pubblico presenti in sala. Infine, nella categoria “L’Italia che comunica le proprie agenzie”, il secondo posto è stato assegnato a Icat ComMeet, il progetto dedicato alla cultura della comunicazione che ha previsto una serie di eventi per manager, imprenditori e professionisti.

«La soddisfazione per questi riconoscimenti – commenta Claudio Capovilla, Presidente di Gruppo icat – è tanta perché sono stati premiati progetti sui quali crediamo molto. Il premio per Dorado è un bel riconoscimento soprattutto in un ambito, quello del B2C legato al pet food, che è molto competitivo e in continua crescita. Inoltre, il format dedicato alla cultura della comunicazione e del marketing Icat ComMeet è stata una sfida vinta che ha permesso ai partecipanti di conoscere relatori di spicco e di elevato valore culturale».

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Gruppo icat firma il riposizionamento del brand Martinelli Milano

Martinelli Milano è un noto brand di carrozzine e passeggini di lusso, oggi parte del gruppo Peg Perego. È nato a Milano negli anni ’30 come bottega artigianale dove venivano confezionate, con tessuti esclusivi, carrozzine dalle linee distintive, destinate a un pubblico raffinato e di classe. L’azienda ha scelto Gruppo icat per un progetto di riposizionamento del brand a livello internazionale che fosse in grado di recuperare i valori storici e distintivi della marca posizionandola sulle fasce più alte del mercato.

I prodotti Martinelli Milano nascono pensando a genitori esigenti e raffinati, amanti del Made in Italy. La professionalità dell’azienda si riflette nella cura di ogni singolo dettaglio, che fa del proprio marchio un’icona inconfondibile. Per Martinelli Milano è quindi essenziale, anche attraverso la comunicazione, elevare il concetto di carrozzina a prodotto esclusivo, realizzato per condividere e conservare i ricordi più belli di tutta la famiglia, offrendo un’esperienza da vivere all’insegna della qualità. Espressione concreta di questi valori, ed elemento di forte differenziazione sul mercato, è l’Atelier Martinelli, un luogo pensato come una vera sartoria, dove l’azienda crea, insieme ai clienti, un prodotto unico e su misura che valorizza lo stile e l’eleganza di ogni persona.

Oggi l’eredità Martinelli Milano si concretizza in un equilibrato incontro tra uno stile esclusivo e le moderne tecnologie, con prodotti belli e funzionali, completamente realizzati in Italia. Il concept studiato dall’agenzia ha voluto enfatizzare al massimo l’unicità del prodotto, raccontando una storia emozionale, di forte coinvolgimento e di facile identificazione da parte del target. La sua storia inizia nella Milano degli anni Trenta, in una bottega artigianale. “La forza di questo progetto – racconta Elena Borella, Direttore Creativo di Gruppo icat – è stata quella di costruire parallelamente la storia del nascituro e quella del passeggino che viene creato per lui: una soluzione studiata per mostrare contemporaneamente ciò che la mamma sogna per il bebè e i plus del prodotto, enfatizzandone tutte le possibilità di personalizzazione. La mamma è quindi protagonista di questo viaggio nelle emozioni ed è lei a parlare in prima persona con frasi evocative giocate sul doppio piano, accompagnate da immagini con il focus centrato sui dettagli del prodotto”. Il concept, espresso tramite il claim “Unica, come il tuo amore” è stato poi declinato nei vari materiali offline e online.

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Duemila persone in otto incontri: si chiude il primo anno di icat ComMeet

Dallo Storytelling al Made In Italy, dalla Sostenibilità alle Dinamiche dei Mercati B2B, dal Consumatore 3.0 al Brand Positioning, fino all’Innovazione del mondo Retail. Sono questi i temi che Icat ComMeet – la divisione dell’agenzia Gruppo icat dedicata alla cultura della comunicazione – ha scelto per il calendario di incontri, iniziati a novembre 2016, e che ha portato a Padova 2.000 persone fra manager e imprenditori e 23 relatori di spicco in otto eventi. “Il successo di questo primo anno di Icat ComMeet”, commenta Claudio Capovilla, Presidente di Gruppo icat, “è la conferma della forte richiesta di cultura sui temi del marketing e della comunicazione. Ringrazio tutto lo staff e il direttore del progetto Albino Ponchio, che hanno lavorato con passione per realizzare questo progetto. È stata una grande sfida, che è stata vinta grazie alla dedizione di una squadra unita e competente. Il mio più forte ringraziamento va a tutti i relatori che hanno creduto nel valore di questa iniziativa e si sono messi a disposizione: il loro carisma e le loro competenze sono stati l’elemento chiave per portare al pubblico contenuti di valore e case history emblematiche”.

Il format, infatti, ha previsto incontri aperti durante i quali due o tre relatori – imprenditori, manager o professionisti – sono stati chiamati a esprimere la loro visione su un tema particolare. La forte interazione con il pubblico, formato da figure apicali di aziende di tutta Italia, ha portato a un confronto aperto e approfondito su alcuni temi e concetti chiave per il mondo aziendale. Inoltre, sono state presentate alcune ricerche di mercato realizzate da centri di ricerca (CE&Co., BlogMeter, Eumetra) e atenei italiani (Università di Padova, Bicocca e Politecnico di Milano), che hanno permesso ai partecipanti di acquisire degli insight importanti sul mercato B2B e sulla percezione on line del Made in Italy.

“La carta vincente”, sottolinea Albino Ponchio, Direttore di Icat ComMeet, “è stata quella di strutturare un percorso logico che toccasse tutti gli argomenti più importanti per chi si occupa di comunicazione e marketing oggi. Chi ha partecipato, quindi, ha avuto l’opportunità di conoscere l’esperienza diretta e i punti di vista di alcuni fra i marketing manager e imprenditori di brand iconici come Coca Cola, Eni, CheBanca!, Galbani, Lucart, Forno D’Asolo, Gessi e Gruppo Cremonini”.

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Il Made in Italy si racconta all’evento Icat ComMeet

È il brand dei brand, un fenomeno che raggiunge i paesi più lontani, che muove fatturati in costante crescita e che è ambasciatore dei valori italiani e della nostra way of life

È il Made in Italy e ad esso è stato dedicato l’evento dello scorso 15 novembre che ha chiuso il primo anno di eventi firmati Icat ComMeet, la divisione dell’agenzia Gruppo icat dedicata alla cultura del marketing e della comunicazione. Sul palco si sono confrontati tre esperti di questo settore: Eusebio Gualino, Amministratore Delegato di Gessi S.p.A., Augusto Cremonini, AD di Inalca S.p.A. e Inalca Food&Beverage e Alberto Stracuzzi di BlogMeter che ha presentato una ricerca su come si parla di Made in Italy sui social e sulla rete. Ne è scaturito un ritratto molto sfaccettato perché l’incontro ha toccato tutti i temi chiave: da una parte lo stile e il design italiani, rappresentati da un’icona dell’arredamento come Gessi, dall’altro il grande fenomeno del cibo italiano che continua da molti anni a sedurre i palati delle persone delle più svariate latitudini.

«Oggi il Made in Italy – sottolinea Albino Ponchio, Direttore di Icat ComMeet – rappresenta un valore e una garanzia per le aziende italiane che si affacciano ai mercati esteri. La nostra storia, il nostro inconfondibile tratto con il quale creiamo prodotti e i nostri valori sono sempre più riconosciuti e apprezzati, ma serve sempre di più, come è emerso dagli interventi dei relatori, riuscire a fare sistema ed essere costantemente in ascolto degli input che arrivano dal web e dai social network. Oggi, infatti, la disintermediazione portata dai social ha modificato profondamente il modo di comunicare e di approcciarsi verso i consumatori».

Il contesto come elemento chiave per il successo del Made in Italy

Eusebio Gualino guida una delle eccellenze italiane nel mondo del design. Gessi, infatti, è un’icona di stile per quanto riguarda la rubinetteria di design, una realtà nata 25 anni fa e che è diventata un riferimento per il mercato. Ma quale è stata la chiave del successo in un settore molto competitivo come quello dell’arredamento? Il racconto di Gualino è un excursus che parte da lontano, ma che può essere riassunto in una parola: contesto. Allargando o restringendo questo concetto, infatti, si comprende bene quali sono gli elementi che possono valorizzare le eccellenze. E parlando di Italia, il Bel Paese appunto, i fattori chiave che hanno creato il successo di molte aziende sono subito chiari: siamo uno dei luoghi più ricchi per arte, architettura, artigianato, arredamento, siamo un’eccellenza in ambito di agricoltura, nell’alimentazione e nell’abbigliamento. Se da questa prospettiva più ampia stringiamo l’obiettivo su una realtà più piccola, come quella aziendale, il risultato non cambia. «Oggi Gessi – afferma Gualino – è un’azienda dove prima di produrre si vive. Perché l’azienda è il luogo dove passiamo molto tempo ed è quindi importante che sia un ambiente in grado di trasmettere energia positiva: il valore del prodotto è conseguenza di come le persone stanno e solo i prodotti che hanno un’anima sono quelli che fanno innamorare le persone». In questo orizzonte valoriale si inserisce la mission dell’azienda che è quella di migliorare la qualità di vita di donne e uomini, diventato una private wellness company. In questo è essenziale il ruolo delle persone all’interno di un’azienda, ma soprattutto il loro atteggiamento mentale, la loro consapevolezza dell’importanza di quello che fanno all’interno di una visione d’insieme. Qui entra di nuovo in gioco il tema del contesto: «è il contesto – conclude Gualino – ciò che trasforma le persone normali in persone straordinarie. Ma il contesto è qualcosa che si costruisce insieme, dove tutti gli elementi del gruppo sono fondamentali».

Fare sistema per il food italiano all’estero: il progetto Inalca Food&Beverage

Il settore agroalimentare italiano è un asset fondamentale dell’economia italiana. In dieci anni, dal 2007 al 2017, il fatturato è passato da 113 a 135 miliardi; cibo e bevande costituiscono circa l’8% del prodotto interno lordo e per quanto riguarda l’occupazione è secondo solo dopo i metalmeccanici. In tema di esportazioni, in dieci anni, la quota complessiva su tutto l’export nazionale è passato dal 20 al 30% con un trend di crescita che si aggira sul 6% annuo nei prossimi anni. I prodotti della nostra terra e della nostra cucina sono amati soprattutto in Europa, in primis dalla Germania. Fuori dai confini europei, gli USA rimangono il mercato più florido. L’Italia quindi è un’eccellenza come lo testimonia il fatto che ha il maggior numero di tipicità di prodotto sul territorio e una forte varietà nell’offerta. Ci sono elementi di debolezza, come la grande polverizzazione delle aziende, un apparato burocratico poco agile e infrastrutture costose. Ma allo stesso tempo le opportunità sono ottime: la dieta mediterranea intercetta alla perfezione il trend salutistico che si sta affermando, inoltre la cucina italiana è abbordabile offrendo un bilanciamento fra qualità e costo molto competitivo. Le minacce più forti? Il fake italian e l’italian sounding che in tutto il mondo rischiano di sovrastare il vero Made in Italy, erodendo quindi quote di mercato e di fatturato. Ma come? Una risposta viene da Inalca Food&Beverage, un progetto iniziato tre anni fa con l’intento di creare una piattaforma strutturata che sia di supporto alle aziende italiane del settore agroalimentare che si affacciano sui mercati esteri. Il tutto attraverso un sistema integrato che oggi è presente in 9 nazioni, con 25 piattaforme distributive, oltre 3500 fornitori e un portfolio di 12,000 referenze. «Mentre in Francia – osserva Cremonini – sono molto forti nelle grandi catene retail, la nostra punta di diamante è la ristorazione. Quindi si tratta di far leva su questa expertise e farne un modello per esportare i nostri prodotti all’estero. Il know how, l’esperienza e la brand reputation del Gruppo Cremonini hanno permesso di creare un sistema efficace e sostenibile dove noi entriamo in maggioranza sui piccoli importatori e li portiamo a esprimere al massimo il loro potenziale. Al di là degli ottimi risultati, è appagante vedere migliaia di imprese che remano compatte nella stessa direzione».

Made in Italy: che si dice in rete?

Cosa dicono le persone in rete in merito la Made in Italy? Che cosa emerge dalle conversazioni sui social, dai commenti e dalle condivisioni di post, foto e video? BlogeMeter ha dato una risposta e l’ha presentata al pubblico di Padova presente all’incontro Icat ComMeet del 15 novembre. A presentare i risultati della ricerca è stato Alberto Stracuzzi, Customer Intelligence Director di BlogMeter. Il contesto di analisi è molto complesso: il consumatore di oggi è complicato, un tempo i touchpoint erano limitati, oggi invece si sono moltiplicati e sono ormai molteplici gli stimoli che ogni giorno catturano le persone. Prendiamo solo Instagram: oltre 3 milioni di conversazioni e 97 milioni di interazioni, cioè quasi 97 milioni di condivisioni, like, commenti. Sui social vincono i settori legati allo stile: si parla infatti di abbigliamento (52%), design (20%), pelle, gioielli, architettura. Il food è in fondo alla lista: solo il 2% delle conversazioni riguardano questo argomento. Ma sorprende che, se intervistate, il 63% delle persone collega il Made in Italy al cibo. Perché questa discrepanza? «Principalmente – sottolinea Stracuzzi – perché sui social ci sono anche le aziende e questo influenza le conversazioni che ci sono». Se poi pensiamo al Made in Italy proprio come fosse un brand, quali sono i valori di marca che gli riconosciamo? Nella maggioranza dei casi lo stile e l’eleganza (62%), poi la qualità (34%), la tradizione (33%) e infine la bellezza (25%). Ci sono però anche concetti dove il sistema Italia è percepito come più debole: non siamo riconosciuti come un brand tecnologico e nemmeno come un brand vicino e prossimo. Su questi punti scoperti quindi si può giocare il futuro del Made in Italy e le aziende che ne fanno parte.

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La creatività di Gruppo icat veste i nuovi blend naturali Dr. Shrub di Acetum

Gli shrub sono la nuova tendenza nel mondo del bartending e dell’arte della mixology: un prodotto innovativo creato da una base naturale di frutta, mosto e aceto, ideale per chi vuole personalizzare cocktail o dar vita a nuove e sorprendenti creazioni

Gruppo icat ha curato il progetto creativo del brand Dr. Shrub, il nuovo blend naturale di Acetum, azienda leader nella produzione di aceto balsamico di Modena. Gli shrub sono la nuova tendenza nel mondo del bartending e dell’arte della mixology: un prodotto innovativo creato da una base naturale di frutta, mosto e aceto, ideale per chi vuole personalizzare cocktail o dar vita a nuove e sorprendenti creazioni. L’agenzia ha ideato tutta la creatività del packaging, costruendo uno storytelling di marca che collega la pianura modenese direttamente con gli Stati Uniti.

Storytelling: una storia di amicizia e passione

«Il concept scelto – commenta Viviana Segantina, copywriter senior di Gruppo icat – propone un mood vintage che ha trovato espressione in tutti i processi creativi: studio del naming, ideazione dello storytelling, realizzazione del packaging e del cocktail paper. Lo storytelling racconta l’incontro di Franco Mazzetti, pioniere della diffusione dell’aceto balsamico di Modena in America, con un farmacista botanico, uno statunitense geniale, soprannominato Dr. Shrub per le sue ricette segrete di infusi di frutta, erbe e spezie in aceto. Una storia tanto originale, quanto emozionante, che culmina con il ritrovamento da parte di Cesare, fondatore di Acetum, delle ricette segrete che il botanico statunitense aveva donato, tanti anni prima, all’amico italiano». Da questa scoperta nasce Dr. Shrub, una gamma speciale di blend innovativi, dedicata al mitico botanico americano e creata per portare la tradizione degli shrub nel mondo del bartending di respiro europeo.

Una scelta vintage per dare ancora più forza alla drink art

Il packaging che Gruppo icat ha ideato per Dr. Shrub dona forma ai valori espressi su ogni etichetta. La scelta dei colori è in sintonia con il gusto della frutta e con le proprietà balsamiche dell’aceto. Ogni declinazione cromatica delle differenti bottiglie rappresenta ciascuno dei nove gusti della gamma. Tutto ruota attorno al tratto grafico, elegante e nello stesso tempo vintage, che ritrae in maniera stilizzata l’icona del farmacista botanico statunitense. L’impatto estetico è molto forte soprattutto nel cocktail wallpaper che rappresenta tutta la gamma e testimonia come Dr.Shrub soddisfi anche i clienti più esigenti e i maestri mixologist, ampliando le possibilità d’uso dell’aceto: il blend, infatti, diventa un ingrediente irrinunciabile per i bartender più inclini alla sperimentazione e per gli amanti della drink art. Tutto questo grazie al progetto studiato da Gruppo icat, che ha armonizzato storia e innovazione all’interno di una creatività molto iconica e riconoscibile.

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Rassegna stampa: Pag. 85


Innovazione e retail dialogano al ComMeet

Al settimo appuntamento organizzato da Icat ComMeet, Daniele Tirelli (Retail Institute), Fabio Brescacin (EcorNaturaSì) e Antonio Canovese (Venistar) si sono confrontati in un appassionante dialogo fra storia, economia, tecnologia e valori.

Se, come ha detto Albino Ponchio nella sua introduzione, un tempo si poteva pensare al punto vendita come un laboratorio di psicologia attraverso cui conoscere comportamenti, gusti e preferenze delle persone, oggi il negozio – digitale o reale – è molto di più. È diventato anche un laboratorio di tecnologia, innovazione, marketing e comunicazione. Da qui la scelta di Icat ComMeet, il progetto dedicato alla cultura della comunicazione, di dedicare un evento al variegato mondo del retail. Un pubblico attento e molto partecipe ha quindi potuto conoscere i più innovativi contributi teorici che spiegano l’evoluzione delle abitudini di consumo, la nascita e l’evoluzione del mondo del biologico da parte di uno dei pionieri di questo settore e gli strumenti digitali in grado di trasformare il modo di intendere l’organizzazione delle aziende che si affacciano al consumatore.

Teorie e pratiche del retail

Daniele Tirelli è il presidente di Retail Institute e docente allo IULM, un punto di riferimento all’estero e in Italia per chi si occupa di retail. Il suo intervento ha messo a fuoco dal punto di vista teorico il dibattito attuale sul tema dei consumi. La scarsa distinzione concettuale fra chi acquista e chi consuma ha provocato in passato, e ancora continua a farlo, una distonia teorica, poco utile per capire gli scenari attuali. Scenari che si sono complicati, rendendo obsoleti alcuni approcci, come per esempio la teoria delle preferenze individuali per cui se un prodotto non vende significa che le persone non lo vogliono perché non lo conoscono. Oggi, il moltiplicarsi di beni a disposizione ha portato a far sì che il punto vendita sia passato dall’essere un luogo che conferma le proprie conoscenze in merito a un prodotto o a una merce a un luogo di scoperta. In questo scenario, il retail ha un ruolo chiave perché diventa fattore di promozione di cultura. E – continua Tirelli – di esperienza. Ed è l’esperienza il punto chiave delle nuove teorie e delle azioni che i retailer più innovativi stanno implementando: wine station per assaggiare i vini, cooking school per spiegare agli acquirenti come cucinare i prodotti che acquistano, ma anche negozi di impianti hi-fi che ricreano alla perfezione gli ambienti domestici per testare gli impianti o negozi di arredo bagno con lavandini e docce perfettamente funzionanti. Il concetto di esperienza è molto vasto e va a incrociarsi con la molteplicità di formati: dal discounting al category killing, dallo speciality store al top quality. Infine, Tirelli ha affrontato il tema della tecnologia nel mondo del retail, un’innovazione che affascina ma che, secondo il professore, ha tempo piuttosto lunghi per diventare realmente pervasiva, perché, soprattutto, deve fare i conti con un complesso sistema organizzativo come la logistica delle consegne. Infatti, ci sono prospettive veramente interessanti ma è necessario essere molto accorti, perché una tecnologia che delude è rischiosa e il consumatore deluso ha bisogno di molto tempo per riacquistare fiducia.

Il biologico fra qualità, cultura e comunità

Come è nata l’intuizione del biologico? Qual è la strategia per affrontare oggi la diffusione di questa nicchia di mercato nel mondo retail? Sono alcune domande che Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì, ha affrontato nel suo intervento. La storia di questo marchio, fra i primi in Italia a introdurre l’agricoltura biologica, fa tutt’uno con gli ultimi trent’anni: nasce infatti negli anni ’80 dal disincanto seguito al fallimento dei grandi modelli economici che si erano contrapposti. Da una parte il comunismo, dall’altra il sistema consumistico americano. Nel mezzo, una domanda ancora senza risposta: si può fare un’economia che rispetti gli altri e la natura? Nasce quindi un marchio con una forte vocazione sociale, alla quale si affianca il tema dell’agricoltura intesa come fattore chiave per proporre qualcosa di sano, ecologico, rispettoso della filiera, del consumatore. È così che si inizia, e siamo nel pieno dello shock creato dal disastro di Cernobyl, a costruirsi una nuova consapevolezza che porta le persone a chiedere alimenti sani, liberi da sofisticazioni chimiche. Ma come si relaziona un marchio dalla forte caratterizzazione valoriale, come EcorNaturaSì, con un mercato sempre più in crescita? Secondo la visione di Brescacin, il biologico è un trend per il retail, una specie di marchio da apporre ai prodotti. Ma il biologico è qualcosa di molto più complesso e il suo intervento si chiude su tre valori imprescindibili. Il primo è qualità: il bio non è tutto uguale a se stesso, ma è una soglia che certifica e oltre a quello si apre un mondo diversificato con una forte differenziazione; il secondo è cultura: oggi chi compra deve essere messo in grado di conoscere cos’è un prodotto, sapere cosa significa alimentarsi ma anche conoscere come le aziende lavorano, quali sono i valori che le ispirano. Infine, comunità: perché chi compra è in comunità con chi produce e deve sentire la responsabilità di ciò che acquista. In questo scenario, quindi, l’economia diventa risposta ai bisogni, espliciti e impliciti, dove il profitto è segno, e conseguenza, di una sana gestione aziendale non l’obiettivo finale che orienta strategie e modelli di business.

Le sfide del retail fra relazioni e big data

Venistar è un’azienda specializzata nello sviluppo, fornitura ed implementazione di soluzioni innovative per la gestione dei processi tipici del Fashion & Luxury in ambito retail, wholesale e distribution. L’intervento di Antonio Canovese, CX Sales Manager dell’azienda, ha fatto chiarezza su quali sono i requisiti, le strategie e le difficoltà per le aziende che vogliono utilizzare la tecnologia come driver di sviluppo della propria offerta. Il punto è che spesso si parte da un punto da un assunto errato: gli strumenti digitali, infatti, vanno intesi come mezzi che realizzano un obiettivo molto più alto, cioè migliorare la relazione con le persone. Esempi come Amazon, Alibaba e Netflix – quindi tre icone del mondo digitale – sono emblematici di aziende che hanno come finalità quella di creare un’esperienza di consumo piacevole, memorabile, emozionale. Per fare questo utilizzano la miniera di informazioni costituita dai big data, in grado di formare un ritratto molto verosimile di ogni persona. Partendo da questo elemento, nasce la sfida di offrire un’esperienza d’acquisto che sia fluida, personalizzata. Ma, sottolinea Canovese, bisogna stare attenti a un fattore: la consumer experience è la punta di un iceberg: tutto ciò che sta sotto – logistica, produzione, infrastrutture, ricerca, sviluppo – deve nascere pensando già al consumatore finale. Il rischio, infatti, è che le nuove tecnologie, se non sono incardinate in un sistema e in una strategia di lungo termine, rischiano di diventare un “giochino” tecnologico. La costumer experience, quindi, è frutto di un’organizzazione nuova di intendere il business, dove elemento umano e digitale dialogano armoniosamente diventando un supporto e un servizio verso le persone.

Il prossimo appuntamento è dedicato al Made in Italy

Il 15 novembre 2017 al ComMeet si parlerà di Made in Italy. Come valorizzare e comunicare le eccellenze italiane nei mercati esteri? Quali sono le strategie di comunicazione e marketing più efficaci? L’evento, gratuito e aperto a manager, professionisti e imprenditori, si terrà a Padova. Le iscrizioni su www.commeet.it

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A lezione di cambiamento al Netcomm Digital Camp

La società sta cambiando sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Cambiano le abitudini, le modalità d’acquisto, il rapporto tra brand e cliente. In un contesto in cui la crisi economica fa il paio con quella del commercio tradizionale, la chiave del successo competitivo è creare un’esperienza di unified commerce, dove online, offline e i diversi device si mescolano in un nuovo ecosistema esperienziale. Di sfide e delle tante opportunità offerte dalle tecnologie ne parleranno dal 27 al 29 settembre i principali top player del settore digital e dell’e-commerce durante il primo Netcomm Digital Camp presso l’Acaya Golf Resort in provincia di Lecce. L’evento formativo dell’anno, che vedrà la partecipazione di aziende come Google, Paypal e Vente-Privée, è promosso da Netcomm (Consorzio del Commercio Elettronico Italiano) in collaborazione con Unicom (Unione Nazionale Imprese di Comunicazione) e con il supporto delle agenzie di comunicazione Bamakò e Gruppo icat. Una tre giorni riservata a imprenditori, responsabili marketing, e-commerce e business manager, ma anche professionisti che per la prima volta vogliano accostarsi al mondo dell’online con gli strumenti giusti, diventando capaci di sviluppare ambiziosi obiettivi di business. E-commerce project, key performance indicators, e-commerce marketing, native advertising, branded content, reale time bidding, ottimizzazione dei risultati di vendita, analisi dei marketplace e scelta delle piattaforme idonee ai mercati esteri saranno alcuni dei temi trattati durante i workshop intensivi a numero chiuso del 27 e 28 settembre, a cura di Giulio Finzi (Segretario generale Netcomm) e Mario Bagliani (Senior partner Netcomm Services). Un altro importante appuntamento del Camp sarà il convegno gratuito del 29 settembre con i principali player del digital: in un contesto in continua evoluzione, dove le nuove tecnologie si affacciano incessantemente al mercato e gli scenari competitivi sono sempre più complessi e indefiniti, il punto di riferimento resta sempre e solo il cliente finale. Un interessante dibattito a cui prenderanno parte alcuni protagonisti del mondo online italiano e internazionale, accompagnati da testimonianze e casi di successo di imprese italiane che racconteranno la loro esperienza nei mercati digitali italiani e di tutto il mondo. “Le competenze digitali sono un fattore strategico per lo sviluppo delle imprese e per l’evoluzione del sistema Italia – commenta Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Le aziende italiane non possono vincere la partita della competitività internazionale se non iniziano un percorso di trasformazione digitale, di politiche legate all’innovazione e quindi alla formazione delle persone. Diventa quindi oggi fondamentale sviluppare all’interno delle aziende conoscenze e competenze specialistiche per affrontare le innumerevoli sfide digitali. Ed è proprio questo uno degli obiettivi del nostro Camp”.

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Premio Agorà: Gruppo icat si aggiudica il premio per la miglior immagine aziendale

Alla XXX edizione del Premio Agorà, svoltasi sabato 8 luglio a Taormina, Gruppo icat vince il Nastro D’Argento come migliore Immagine Aziendale con il progetto strategico e creativo svolto per il cliente Mokarabia. Per lo storico marchio del caffè italiano, oggi società della holding One Coffee Industries, Gruppo icat ha curato il progetto di rilancio del brand. L’agenzia ha ridefinito il posizionamento e l’identità, attraverso il rafforzamento dei valori storici come l’artigianalità, l’italianità e la tradizione, che caratterizzano da 60 anni l’azienda e ne hanno fatto un marchio riconoscibile nella mente degli italiani. Il concept creativo è stato sviluppato da un’attenta analisi di branding che, attraverso la definizione di un archetipo di comunicazione preciso, ha poi permesso di definire mission, vision e, successivamente, pay off, packaging. L’agenzia, inoltre, ha curato tutto il rebranding digitale e le attività di PR e ufficio stampa.

«Il mondo del Food&Beverage – commenta Claudio Capovilla, Presidente di Gruppo icat – è da sempre molto all’avanguardia per la comunicazione e la creatività. Un riconoscimento così prestigioso come il premio Agorà è una grande soddisfazione che sottolinea l’ottimo lavoro di squadra: la sinergia fra strategia, in primis, e creatività è per noi uno stile e un metodo di lavoro che sempre più clienti importanti, come appunto Mokarabia, mostrano di apprezzare».

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Consumatore 3.0: un ricercatore sociale e un manager a confronto

Remo Lucchi, fondatore di Eusisko, e Leonardo Lambertini, Direttore Marketing di Valsoia, hanno portato il loro punto di vista sui nuovi consumatori al sesto Icat ComMeet, il format di eventi dedicati alla cultura della comunicazione, creato dall’agenzia Gruppo icat.

18 relatori, 1500 partecipanti, sei eventi. Sono i numeri che fotografano la prima fase del progetto ideato e realizzato da Gruppo icat grazie alla nuova divisione interna, Icat ComMeet, dedicata a diffondere la cultura della comunicazione e del marketing. La serie di eventi, iniziata a novembre 2016, è pensata soprattutto per imprenditori, manager e quadri aziendali, che hanno potuto approfondire temi chiave per lo sviluppo strategico d’impresa: dallo storytelling al branding, dai mercati B2B alla sostenibilità, passando per il food e le dinamiche innovative dei mercati. Esponenti di rilievo del mondo economico, aziendale e universitario hanno dialogato con il pubblico arrivato a Padova da tutto il Nord Italia. Forte attenzione c’è stata per l’evento dello scorso 25 maggio. Tema: il consumatore 3.0. Qual è la sua identikit, cosa desidera, come e dove trova appagamento ai propri desideri e come le aziende rispondono a questi nuovi scenari. Sono alcuni dei concetti sui quali hanno conversato Remo Lucchi, fondatore di Eurisko e oggi a capo di Eumetra, e Leonardo Lamberti, da due anni Direttore Marketing di Valsoia dopo quasi trent’anni di esperienza nel mondo food&beverage (Danone, Parmalat, Montenegro).

La rivoluzione degli anni 2000: nasce un nuovo consumatore

Da una parte un paradigma sociale e culturale che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo per migliaia di anni, dall’altra i nuovi equilibri che da circa 15 anni hanno rivoluzionato la nostra vita e, soprattutto, le dinamiche fra domanda e offerta. A sorprendere, sostiene Remo Lucchi nel suo intervento, è la rapidità con la quale si sono manifestati questi cambiamenti. E spesso, l’offerta di prodotti e servizi da parte delle aziende non si è accorta che il consumatore ha cambiato pelle. Ma quali sono le cause di questa rivoluzione? Secondo Lucchi sono quattro: l’aumento generale dell’istruzione della popolazione, che dal 2000 in poi ha fatto un balzo esponenziale; in secondo luogo la profonda secolarizzazione culturale: persi i riferimenti ideologici e religiosi che sono stati l’orizzonte valoriale di riferimento, le persone, oggi, coltivano una forte consapevolezza fatta di cultura, conoscenza e spirito critico; terzo elemento è il ruolo della donna, che è diventata sempre più protagonista della società portando in essa la sua capacità di governare la complessità e di sviluppare la relazionalità; infine, il web, che ha consentito di uscire dalla dipendenza “verticale” dei mezzi di comunicazione e di entrare progressivamente in logiche orizzontali e paritetiche. Questi quattro fattori hanno attivato dinamiche nuove perché hanno spostato l’attenzione sull’essere in relazione (con gli altri e con il contesto), hanno rafforzato il senso critico e attivato il desiderio di partecipare. Ciò porta a riempire di senso intere aree di valori come l’etica, cioè il rispetto degli altri ora attorno a me, e la sostenibilità, intesa come rispetto degli altri che verranno in futuro. Lo scenario che Lucchi ha disegnato, quindi, è quello di un passaggio progressivo da logiche di puro possesso a una tensione legata più all’essere, dove i consumi si giustificano per i significati che veicolano e per il senso che sono in grado di conferire alle esperienze di acquisto. Questo “spostamento” verso aspettative più alte e immateriali, oltre alle quattro cause descritte da Lucchi, ha avuto un detonatore potente nella crisi economica degli anni 2000: la perdita di potere d’acquisto ha portato inevitabilmente a modificare il concetto di benessere, passando dall’idea di possesso a quella di esperienza. Che tipo di rapporto esiste quindi fra il nuovo consumatore e l’offerta? Secondo Lucchi, spesso le aziende continuano a ragionare secondo logiche diverse, verticali, senza percepire che le persone chiedono, invece, orizzontalità, partecipazione, condivisione.

Gli italiani cambiano con Valsoia

Stili di consumo e alimentazione sono stati legati da sempre all’evoluzione degli stili di vita in seno alla società contemporanea. Secondo l’analisi di Leonardo Lambertini, dal dopo guerra in poi, in Italia, abbiamo attraversato diverse fasi – il boom economico, lo yuppismo, la crisi di Wall Street – per arrivare oggi alla post-modernità, contraddistinta dal passaggio dalla semplice alimentazione alla nutrizione come espressione del sé e dei propri valori. Infatti, alla luce di una ricerca svolta nel 2016, le aspettative degli italiani ruotano intorno a salute, famiglia, onestà; in fondo alla classifica, invece, temi come la ricchezza, il successo, la fama e l’ambizione che avevano dipinto lo scenario aspirazionale fino agli anni 2000. E quando si parla di cibo, i dati confermano queste tendenze. Quasi un italiano su due dichiara che seguire un regime alimentare controllato – per scelta o per motivi medici (intolleranze, allergie) – fa parte del proprio stile di vita. Il cibo, e la cucina, sono diventati quindi trending topic fra i temi di discussione (e di acquisto): siamo diventati Foodies, cioè persone che si interessano, parlano, condividono di cibo e sul cibo. E, continua l’analisi di Lambertini, in questo contesto si inserisce alla perfezione l’evoluzione della figura del consumatore: prima consumato.RE, poi consum.AUTORE e oggi consum.ATTORE, cioè protagonista della creazione della marca, con aspettative etiche ed emozionali molto alte. La storia di Valsoia si innesta alla perfezione in questa narrazione perchè è stata pioniere dell’alimentazione vegetale, ancora nel 1990, ed è nata con la mission di diventare una sana alternativa ai prodotti tradizionali. Questo posizionamento ha intercettato bisogni che sono emersi in modo netto soprattutto dal 2015: negli ultimi due anni, infatti, è esploso il fenomeno dei flexitariani, cioè persone che seguono una dieta prevalentemente vegetariana ma che talvolta include anche carne e pesce. Queste abitudini di consumo fluide – per dirla alla Baumann – hanno cambiato il mercato, portando un forte affollamento di brand, private labels e multinazionali che cercano ogni giorno di soddisfare un consumatore che chiede trasparenza, gusto e qualità, reperibilità. Valsoia, ha investito da sempre nella comunicazione e nello sviluppo di prodotto riuscendo a lavorare su aspetti sinergici fra loro: la testa del consumatore, grazie a campagne memorabili, la bocca del consumatore, grazie alla creazione di linee di prodotto sempre più raffinate e gustose, la presenza efficace e capillare dei prodotti a scaffale. Il risultato? Una fortissima brand awareness che fa di Valsoia una marca top of mind in grado di staccare di molti punti percentuali, oltre 45, le aziende multinazionali.

7 settembre: il retail che innova

Il settimo appuntamento della rassegna Icat ComMeet sarà dedicato al retail marketing. Sempre a Padova, si confronteranno imprenditori e manager sui nuovi format distributivi, i negozi monomarca, i flagship store, concept store, temporary store, multicanalità, integrazione dell’offerta, franchising, e-commerce. Quali opportunità per l’impresa in questo scenario?

Fonte
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Rassegna stampa: Pag. 141-142


XXI Premio Mediastars: Gruppo icat vince il primo premio per l’Architectural Identity del Balsamic Experience Center di Acetum

Per il secondo anno consecutivo Gruppo icat si aggiudica un riconoscimento importante nel concorso Mediastars. Il 12 giugno, infatti, è stata premiata come prima classificata nella sezione Corporate Identity per il lavoro di Architectural Identity realizzato per l’innovativo Balsamic Experience Center di Acetum, gruppo produttore di Aceto Balsamico di Modena. Il progetto, inoltre, è stato insignito della Special Star per Direzione Creativa e Structural Design. Alla manifestazione sono stati premiati anche altri due lavori di Gruppo icat: il Concept Store per Police, Special Star nella categoria Structural Design, e la strategia di branding studiata per Mokarabia, premiata per la Direzione Creativa.

«Il riconoscimento di Mediastars – commenta Claudio Capovilla, Fondatore e Presidente di Gruppo icat – arriva dopo il successo dello scorso anno, quando abbiamo ritirato il premio per il packaging di DiFrutta. Il premio di quest’anno suggella un biennio di forte crescita che ci ha portato a collaborare con brand importanti come Acetum, per il quale abbiamo realizzato un lavoro di elevato spessore creativo e culturale. Siamo, forse, l’unica agenzia ad avere al proprio interno un reparto di architettura che, in sinergia con i nostri creativi e il reparto strategia, sviluppa progetti di branding architettonico: è un approccio innovativo che testimonia come il lavoro di squadra fra diverse expertise sia sempre efficace e porti valore ai nostri clienti».

Fonte
www.mediakey.tv
Link: www.mediakey.tv
Rassegna stampa: Pag. 143


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